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martedì 15 agosto 2017

La domenica pensavo a Dio. Seiler

strade  hanno  bisogno di lingue che srotolano  a voce bassa il proprio figlio nel latino dei campi. l.s.
trad. milo de angelis e theresia prammer


saremmo se avessimo potuto andare via sempre rimasti da noi. l.s

venerdì 11 agosto 2017

Elena Ferrante for ever



Riprendo con qualche giorno di ritardo rispetto ai tempi che mi ero prefissata. Tra l’altro oggi inizio anche la traduzione del saggio di Stephanie V. Love An Educated Identity. Continua dunque l’approfondimento delle tematiche critiche proposte in The Works of Elena Ferrante, sebbene il mio nuovo libro sia stato terminato già da un po' e tradotto da Ingrid Ickler e ora aspetti di uscire per la casa editrice tedesca LAUNENWEBER. Il mio ritratto letterario di Elena Ferrante uscirà nella collana LW Italica che vede tra i libri già editi, un saggio del giornalista Roberto Giardina, e una raccolta di racconti di Veronica Raimo che sarà pubblicata a breve. Sono molto contenta di questa opportunità che ha avuto la mia scrittura saggistica grazie all’interessamento diretto dell’editore Christian Berglar e del deus ex machina della casa editrice Salvatore Tufano. Perciò lunga vita alla bella e virtuosa LAUNENWEBER che il primo del mese di settembre presenterà le sue pubblicazioni nella sede di Colonia con un grande evento letterario in cui saranno protagonisti i libri che l’editore proporrà alla prossima fiera del libro di Francoforte.

Un estratto dell’anteprima del libro dal catalogo dell’editore. Questo ritratto letterario di Elena Ferrante parte dal 1992, anno di pubblicazione in Italia de L'amore molesto, libro d'esordio dell'autrice. Inizia con un percorso che si situa tra le pagine dei romanzi, gli articoli e le prime interviste rilasciate da Ferrante alla stampa italiana. Il procedimento seguito è volto a illustrare le modalità di ricezione che l’opera dell'autrice ha avuto in Italia prima e diversamente dal resto del mondo. Un punto di partenza legato all’origine del fenomeno, quindi, ma con lo sguardo già rivolto alle motivazioni della consacrazione internazionale di Elena Ferrante, come una delle maggiori scrittrici italiane di sempre. È a partire dalla propria identità di scrittrice italiana che Elena Ferrante fa emergere un affresco controverso e magniloquente che proprio per la sua complessità lungi dal riguardare solo l’universo femminile. Un affresco evocativo e potentissimo sia quando si rivolge all’illustrazione di una piccola realtà rionale che quando dialoga con l’universo liquido rappresentato dal mondo globalizzato su cui l'opera di Ferrante ha saputo imporsi. Questo ritratto letterario costituisce quindi una ricognizione del tipo indicato dalla stessa autrice, ossia volta a quanto di più credibile possa mostrare una scrittrice relativamente a se stessa: la propria identità letteraria e autoriale intesa come ben più attendibile di quella anagrafica.

venerdì 4 agosto 2017

Attesa

Oggi non leggo. Scrivo. Qualche settimana fa Corrado Videtta mi ha inviato la melodia del ritornello del pezzo su Annina che stiamo immaginando insieme. Sono stata felicissima dell’invito di Corrado a scrivere un testo per il nuovo album di Argine. So cosa significa per lui, come autore musicale che ha molto spesso scritto e cantato musiche e testi suoi, invitare un altro autore a scrivere per il suo nuovo album. E questo mi emoziona profondamente. Avevo già collaborato con Corrado, ai tempi de La favola di Lilith. Con l’etichetta discografica ARK records, Rossana Rossi e Corrado Videtta sono stati infatti i produttori di quella memorabile impresa di cui Edo Notarloberti e io siamo stati coautori.



Quando, ormai parecchio tempo fa, Corrado mi ha parlato del suo nuovo lavoro, non ho potuto non sentirmi interamente partecipe. Poi ho saputo che l’album in preparazione aveva come tema l’attesa, perciò ho proposto a Corrado di riadattare, per la canzone che avrei dovuto scrivere io, alcune parti di Annina tragicomica. Annina e l’attesa vanno a braccetto. La poesia, per come la intendo in questo momento nell’ambito del mio percorso, è attesa. Quando ho ascoltato per la prima volta la musica della canzone che avrebbe dovuto essere di Annina, non è stato complicato immaginare un recitato che la percorresse sulla base del materiale che già avevo. Adesso con il ritornello le cose un po’ cambiano. Si tratta di una rielaborazione ulteriore del testo in cui la divisione sillabica dei versi rientri in una griglia molto più stretta che sia anche un momento cruciale di sintesi tra musica e parole, dato che, a differenza del resto della canzone, il ritornello, non sarà recitato ma cantato. Si torna ancora a Napoli, quindi.


giovedì 3 agosto 2017

La gnosi del distacco. Cristina Campo


Da Il mio pensiero non vi lascerò. Lettere a Gianfranco Draghi ed a altri amici del periodo fiorentino. Scrive Margherita Pieracci Harwell nella postfazione all’edizione Adelphi del 2011: "L’ultima Cristina – quella dei grandi saggi che chiudono Gli imperdonabili e delle grandi liriche da Missa Romana al Diario bizantino – è, come mi sembra bene ripetere in ogni occasione, legata alla fanciulla degli anni Cinquanta nel modo in cui le tavole di un polittico sono, il più delle volte, legate alla predella: chiaramente della stessa mano, ma “altre”. Se la comprensione della seconda parte dell’opera non può essere intera senza in discernimento della radice che ha in comune con la prima, quella profonda radice non si rivela, inconfondibile, che nel periodo in cui furono scritte le poesie pubblicate da Scheiwiller, il saggio Attenzione e poesia, e i densi paragrafi di Parco dei cervi. E si esprime con un candore che non conosce incrinazione, nelle lettere che qui si raccolgono, con il loro “gusto di latte: il latte dalla vita – latte di canna, latte di albero del latte, latte da libagioni sacre e funebri


”Souffrir pour quelque chose c’est lui avoir accordé une attention extrème.” (Così Omero soffre per i Troiani, contemplando la morte di Ettore; così il maestro di spada giapponese non distingue tra la sua morte e quella dell’avversario.) E avere accordato a qualcosa un’attenzione estrema è avere accettato di soffrirla fino alla fine, e non soltanto di soffrirla ma di soffrire per essa, di porsi come uno schermo tra essa e tutto quanto può minacciarla, in noi e al di fuori di noi. E avere assunto sopra se stessi il peso di quelle oscure, incessanti minacce, che sono la condizione stessa della gioia.
Qui l’attenzione raggiunge forse la sua più pura forma, il suo nome più esatto: è la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l’intesa fra gli esseri, l’opposizione al male. Perché veramente ogni errore umano, poetico, spirituale, non è, in essenza, se non disattenzione. C.C.        

mercoledì 2 agosto 2017

Letti e riletti. Milena Milani


Era già un’idea nel 1947 ma La ragazza di nome Giulio fu scritto, assemblato e portato a compimento da Milena Milani tra il 1961 e il 1962. Il libro trovò un editore in Longanesi solo nel 1964. Milena Milani scrive in proposito: “Quella ragazza che portava un nome maschile, che aveva in sé un’insoddisfazione esistenziale perché era creatura incompleta, perché ricercava Dio, che voleva saper che cos’era il peccato e che infine approdava alla solitudine, ora esisteva nelle trecento pagine del libro e io timidamente lo consegnavo all’editore”. Intorno alla storia di Jules, orfana di padre, ruotava parte dell’Italia (in guerra e poco dopo) percorsa nel romanzo dalla protagonista e dalla madre. Accanto alla sua introspezione senza nessuna pietà per se stessa, c’era la società di quegli anni, guardata da Jules. Insieme alla libertà che Jules vedeva di continuo minata da quanto credeva di sé e degli altri, c’è stata la storia del processo a Milena Milani e all’editore Longanesi. Una vicenda che documenta anche in termini di linguaggio, l’ambiente in cui l’autrice irrompeva con un libro la cui compiutezza precorse talmente i tempi da essere completamente rimosso da quasi tutti gli immaginari successivi: censorei, femministi, rivoluzionari che fossero. Per non parlare della precocità dell’idea di fare ricerca letteraria entro la questione dell’identità di genere. Tutti gli scenari sociali e politici successivi albergavano con evidenza in quel precocissimo snodo puramente letterario creato dal talento di Milena Milani e da tutto ciò di cui venne accusata la scrittrice. 


Sentenza del 9 aprile 1966 riportata nell’introduzione (scritta dalla stessa Milani) all’edizione integrale del libro Newton Compton edito 1994: “Va stigmatizzata la chiave morbosamente patologica in cui viene prospettata questa storia che con fredda, ma artatamente protratta e sessuale interpretazione, riduce a squallida vicenda, senza alcuna necessità o finalità artistica, una tranche de vie di una giovane emotiva, quanto negata, apparentemente, all’amore, vero e proprio; avida di premature e smodate esperienze pseudo-amorose, incline ai deliranti sofismi e alle lubriche divagazioni di una follia che l’autrice si sforza vanamente di rendere credibile, o raziocinarle, o considerabile come studio psicologico, o interpretazione d’ambiente, o opera sociale con pretese culturali. Non compete al Tribunale compiere un esame estetico del libro perché per questo vi sono critici, recensioni e giurie letterarie. In questa sede si deve affrontare la questione se l’opera sia caratterizzata o meno, da una oscenità così rilevante secondo il sentimento comune e, in senso tecnico-giuridico, da soverchiare o offuscare ogni suo ed eventuale contenuto artistico, sì da far concludere che l’arte, nel libro, sia limitata a funzione di contorno e incorniciamento d’una interpretazione oscena, o invece gli episodi scabrosi siano in funzione solo accidentale e per effettiva necessità narrativa». «Il collegio è convinto della assoluta mancanza di qualsiasi particolare valore artistico, o letterario, o culturale del libro» «Comunque ogni eventuale pregio artistico e sommerso in una farragine confusa di episodi erotici, di rapporti carnali falliti o imperfetti sul piano pratico, ma inesistenti e inconcepibili in linea teorica. Il libro suscita nel lettore medio un senso di profondo scoramento morale, di ricorrente squallore umano»




"La ragazza di nome Giulio" è stato recentemente ristampato nelle edizioni ES, ma ancora in una collana erotica, a distanza di tanti anni. Cosa ne pensa?

MILANI: Ho esitato molto prima di accettare la proposta di questo editore di Milano, anche se pubblica edizioni bellissime. La ragazza di nome Giulio, a mio giudizio, dopo quel processo che sconvolse me e lei, come immagine, mettendo su entrambe l'etichetta di pornografe, può aspirare, deve aspirare a un capovolgimento totale, da parte di un editore valido e autorevole, di valutazioni. Scrisse Salvatore Quasimodo, premio Nobel: "Il bene e il male, l'amore e l'erotismo, il sesso e la sensualità morbosa. Chi può mettersi sulla cattedra e stabilire fra due poli, quale sia il negativo e quale il positivo nell'arte? L'amore della Ragazza di nome Giulio è un sentimento non solo intatto negli abbandoni volontari o no al sesso, ma è una forza tragica, una frattura-simbolo che se appare legata a una angoscia esistenziale ha un valore "presente" nella civiltà che viviamo".
(pubblicato il 25 giugno 2013)

da LA RAGAZZA DI ALBISOLA
MILENA MILANI intervistata da Alina Rizzi http://costruzionivariabili.blogspot.it/2013/06/milena-milani-la-ragazza-di-albisola.html


Che si sappia. Volodine 2 cit.

Alla libreria Ubik di Monterotondo (RM) su narrativa in ordine alfabetico subito dopo Fabio Volo trovo Antoine Volodine: Terminus redioso e Scrittori. Viva i librai giovanissimi e con i baffetti!!!





da Terminus radioso

“Non le è mai piaciuto il naturismo, e infondo nemmeno il suo corpo. Da viva ha sempre evitato di farsi vedere nuda. E adesso sebbene sappia benissimo che qui nessuno sguardo potrebbe giudicarla da un punto di vista estetico o sessuale, sebbene non debba temere la perversione opprimente e oltraggiosa del voyerismo, si sente terribilmente a disagio. Correre nel buio è una sfida che pochi sono in grado di affrontare a cuor leggero, anche quando non c’è più speranza, anche dopo la morte. Bisogna costringersi a non pensare continuamente agli ostacoli che compaiono all’improvviso lungo la strada, agli urti rovinosi sempre in agguato, agli incontri raccapriccianti, alle buche e alle voragini. Ed è meglio non pensare alla natura del suolo.” da Scrittori             

martedì 1 agosto 2017

L’azzardo di Toshiko e il dio dei manga

Da un paio di anni mi ha preso la passione per i fumetti. Il colpevole, Osamu Tezuka (“considerato il dio del manga giapponese”, leggo sulla quarta di copertina del libro che ho in mano) con La cronache degli insetti umani una storia edita a puntate sul mensile giapponese Play Comic pubblicata dal 9 maggio del 1970 al 13 febbraio del 1971. L'intero racconto uscì in Italia per la prima volta nel 2013. È la storia di Toshiko Tomura e del suo carisma nel fare propri i talenti altrui. I mezzi che adopera Toshiko sono sempre illeciti: induzione al suicidio, fornicazioni più o meno spinte. Interessanti forme di prostituzione consapevole e ben gestita finché qualche forza più forte non interviene a mescolare le carte del destino, mostrando così che giocatrice d’azzardo sia davvero Toshiko. In questo contesto, l’autore spazia dal tema dell’aborto al tema del capitalismo, trattandoli dal punto di vista di un artista che si è espresso in uno spazio/tempo veramente difficile da cogliere fino in fondo, stando qui e ora. Tuttavia il libro sprigionava, nel momento in cui l’ho guardato, più che letto, un tipo di forza estranea al romanzo. Una forza che mi coglieva del tutto impreparata. Immagini che dicevano in assenza di parole, e in più, c’erano anche delle parole in qualche modo tradotte che generavano una sperequazione tra i due linguaggi. Sperequazione che, a ogni pagina, mi comunicava la sensazione che non avevo colto fino in fondo tutte le enormità che c’erano da capire in quel libro. 
Ho realizzato quest’opera in un periodo […] in cui la rapida crescita del Giappone procedeva a gran velocità, puntando con decisione verso il primo posto al mondo per prodotto nazionale. In quest’epoca di yin e yang irrazionali, ho voluto provare a descrivere una donna priva di scrupoli e il suo comportamento machiavellico. O.T.
Tuttavia mi accorgevo che potevo fruirne a un livello più basso e la forza rappresentativa di quell’opera non veniva meno. Poi sono seguite altre letture del genere. Finché quest’anno, grazie a Luigi Cecchi (che ha materialmente disegnato per noi) e Paola Del Zoppo (che ha coordinato in modo ineccepibile la fruibilità di tutti i linguaggi in campo) è stato proprio il fumetto, posto al centro di quel progetto culturale che poi è diventato l’aperiodico cartaceo e digitale Zer0Magazine, a fare sì, io credo, che quella forza inaspettata che avevo sperimentato all’inizio della mia scoperta, giocasse un ruolo fondamentale anche fuori dall’ambiente del fumetto, creando una specie di consenso imprevisto e trasversale che ci ha stupito un po’ tutti. Chiusi sono tutti quegli ambiti considerati di nicchia, sia nel caso in cui a considerarsi appartati siano gli stessi adepti, sia nel caso in cui a considerarli così, siano quelli che guardano dal di fuori, prendendosi sempre meno la briga di cercare di capire quello che succede dentro e tutto intorno. Ma ogni tanto avviene che le distanze tra il dentro e il fuori non tengano misura, e questo non si può sapere se sia un azzardo o un dato.